Giannina dorme.

Giannina dorme alla Certosa su di una poltrona che potrebbe essere la mia.
Una poltrona per me così bella che prima mi sono accorta della poltrona e poi di Giannina.

Giannina dorme o forse è solo immobile e fissa il vuoto con gli occhi socchiusi.
Lo fissa mentre si sta chiedendo il perché del suo trovarsi lì, in quel cortile, da più di duecento anni. Tutti gli altri sono in piedi o sdraiati, mentre lei è l’unica seduta.

Lei, con quel diminutivo datole probabilmente per le sue sembianze di bambina.
Lei, le cui vesti lasciano immaginare una cura molto sviluppata per i dettagli.
La sua poltrona, che con i particolari dei suoi abiti, crea un tutt’uno armonico e allo stesso tempo commovente. I fiocchi. I colletti. La copertina traforata.

Quando l’ho vista io – Giannina – aveva un fiore appoggiato al petto.
Un fiore oramai appassito, ma così personale che ha tolto il coraggio di sostituirlo.
I suoi occhi fissavano il vuoto, la sua testa era altrove, ma il suo ventre sembrava ancora fertile.
Le mani di Giannina infatti formavano una conca e il suo ventre si era riempito d’acqua piovana.

In quel momento, davanti a me, la pietra è divenuta carne.
Giannina è diventata tante cose.
Io continuavo a pensarla carne.
Probabilmente un pensiero contrario a quello di chi ha voluto trasformare quella carne in pietra.
Di chi ha provato un dolore e una compassione sconfinata,
tale da non sentirsela nemmeno di chiedere alla povera Giannina, come ultimo gesto, di scendere dalla sua adorata poltrona.

Io ero come in piedi di fianco a suo padre e mi è venuto spontaneo tenerle la mano.
Entrambi commossi. Entrambi addolorati e disorientati.
Io che volevo chiederle di raccontarmi altro.
Lui che voleva ricordarla esattamente così.

Ho conosciuto Giannina poco tempo fa e con il suo sguardo perso nel vuoto mi ha trafitta a morte. Così sento il bisogno di tornare da lei, come un richiamo, perché ai suoi piedi ho perso un pezzetto di cuore. Quello che riesci a sacrificare solo davanti a uno sconosciuto.
Perché forse non appartiene nemmeno a te stesso.
La pietà verso gli sconfitti dalla sorte. La pietà verso se stessi.

Foto di Anna Katarzyna

Foto di Anna Katarzyna

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Un viaggio in traghetto o forse una canzone

Amo come è stato colto il movimento dell’acqua, nelle onde. Il suo incresparsi in alcuni fotogrammi e l’amalgamarsi con le cose.
I piedi.
I cerchi.
Il verde di quella natura mischiato al vapore acqueo della mattina presto. Sembra la mia giungla. Continua a leggere

Imparare dalle nuvole

Imparare dalle nuvole che si rincorrono in cielo. E si fermano e poi accelerano spinte solo dal vento. E ancora modificano la loro forma se l’acqua vuole renderle dei rinoceronti o l’aria allungarle fino a trasformarle in libellule. E si adattano. Con la pazienza propria di chi è abituato al farsi e disfarsi nel giro di una tempesta.  Continua a leggere