Io, il vulcano e il cimitero (Islanda 6°giorno)

Una persona parte per un viaggio con delle aspettative e durante il percorso queste possono poi modificarsi, spostarsi altrove, ridimensionarsi. Ma una certezza rimane lì intatta: la responsabilità della chiosa finale che pende sulle spalle dell’ultimo giorno di viaggio. E questo mio ultimo giorno di viaggio, è durato 35 ore.
Apro gli occhi e li trovo pieni di paesaggi in cui vorrei vivere lentamente.

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Mi alzo con l’oramai solito malumore, ma questa volta per venirgli incontro dolcemente, complice una spedizione serale al supermarket, mi sono premunita di una speciale colazione in camera. Perché nella vita bisogna sapersi premiare anche da soli.
Il tragitto di oggi era abbastanza prevedibile: da Arureyki – il luogo in cui ho passato la notte – all’aeroporto internazionale di Keflavik, appena fuori Reykjavik. In mezzo avrei fatto tappe libere guidata solo dall’istinto, con pochi punti fermi. Andare su un vulcano in missione segreta per un’amica, vedere un bel cimitero (per il motivo che ho spiegato qui), spargere ogni dubbio e liberarmi di ogni peso, imprimere tutto nella memoria e scomparire.

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Mi sono fermata in una baia che pareva disabitata. Un museo del tessile, un supermercato, una tavola calda e niente di più, a parte delle casette deliziose ma che sembravano vuote. Ho preso un bagle al salmone e un bicchiere di caffè americano alla tavola calda e sono andata a cercarmi una panchina su cui mangiare alla foce del fiume. Il cibo era delizioso e c’era un silenzio assoluto pure lì, nella baia di Blonduòs.

Dopo un’oretta di stop, mi sono rimessa in strada e i Sigur Ros sono tornati nelle orecchie. Iniziava a salirmi un po’ la malinconia di fine viaggio. L’occhio all’orologio e i calcoli sulle distanze per non perdere l’aereo erano iniziati, seppur con tanta tranquillità. Stavo iniziando a modificare lo sguardo. Iniziava già il bisogno di salutare e ringraziare quei luoghi.

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Scendendo a sud, lungo il ring vedo delle strane montagne, dei vulcani non travestiti da ghiacciai: dei vulcani a volto scoperto. Avevo una richiesta da soddisfare e probabilmente quello era il momento giusto.

Non è stato facile per me salire su quel vulcano. Affatto. Non avevo connessione e non riuscivo a sapere se fosse o meno estinto. Non sapevo se fosse docile o almeno addomesticato. Non sapevo perché non ci fosse nessun turista né comparse casuali. Sapevo solo che si chiamasse Grabrok e che avesse tre fauci e che il cancello d’ingresso era senza controlli né lucchetti. In ultimo, non meno importante, c’era il fatto che io non sono mai salita su un vulcano per cui non ho idea di come sia fatto. C’è un buco? Posso cadere accidentalmente in un buco e scomparire nel centro della terra? Non c’è nessun buco? C’è un tappo? Perché non sono stata attenta durante le lezioni sui vulcani? Perché?!

Potevo salire i gradini posizionati per raggiungere i 3 crateri ma avevo paura di farlo. Mi armo così di coraggio. Inizio a pensare che la percentuale di rischio del guidare l’auto era molto più alta di quella legata al passeggiare su un cratere di un vulcano e che il mio era un banale errore di sovrastima. Certo. Facile. Peccato che comunque esisteva una percentuale seppur minima che questo vulcano riprendesse la sua attività proprio in quel momento. Proprio con te lì sopra. Da sola. Senza linea telefonica né connessione internet. Sì perché poi il vulcano ha fatto sì che mi si spegnesse pure il telefono, una volta sopra. Batteria completamente scarica da 40% a 0% in un secondo.

Sali i gradini velocemente. Prima fai quello che devi fare e prima scendi, ti dici tra te e te, che poi ero sempre io. Gestisci male il fiato così arrivata quasi in cima ti devi fermare. L’aria fredda ti ha scorticato la trachea e abraso la cima dei polmoni. Ti senti sanguinare dentro. Sarà la paura del vulcano, delle sue reazioni, dei suoi modi così rudi che lo trasformano in un attimo da una montagna a un bagno di fuoco. Le persone così ti fanno paura. E tu lo sai bene. Ma hai una missione e ti fai forza per proseguire. Arrivi in cima, scopri in cosa consiste quel buco e ti rendi conto che lassù soffia il vento.

Ti sale la paura. Inizi a pensare agli scenari: scossa di terremoto, boato, altra scossa, tu che cadi e che cerchi di fuggire ma ormai è troppo tardi. La furia è innescata. Improvvisamente ti ricordi la lezione del liceo. Si stappa il buco, si crea un camino secondario e capisci pure che quei vialoni che vedi giù per il vulcano sono  quelli da cui scende la lava. L’ansia mi annebbia pure la vista oltre che i polmoni. Sarà bene che io scenda. Così porti a termine la missione che più che una missione è un atto d’amore. Scendi i gradini a due a due e hai la sensazione di essere stata davanti ad una prova, come Atreiu e le Sfingi ne La storia infinita. Arrivi al cancello e sali in groppa al tuo fortunadrago.
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Sembra non essere mai stanco il ring n.1, mai stanco di stupirti con i suoi scenari.
L’orologio dice che sei in tempo. Continui a scendere quando sembra che la strada finisca. Ma non finisce. Semplicemente si inabissa. Cosa? Stiamo scherzando? Non sono mica pronta a percorrere un tunnel sotterraneo in una nazione in continuo movimento, soggetta a terremoti che nemmeno un tagadà. Sono appena sopravvissuta a un vulcano e già il mio fortunadrago (che poi è sempre la mia Hyundai) mi porta davanti alla seconda prova da superare? Non ho scelta, l’alternativa mi potrebbe far perdere l’aereo. E’ il mio turno dal casellante e iniziamo un dialogo caratterizzato dalle mie domande sulla durata e i Km, intervallato da mie risate assolutamente isteriche. Lui sembra divertito, troppo, e aggiunge pure i dettagli sulla profondità. Ricordo solo che fosse 5 Km e lo ricordo perché era scritto ovunque. Il resto l’ho rimosso perché mi faceva troppa paura.

Sopravvivo anche a quella seconda prova.
Saluto le montagne e arrivo a Reykjavik. Lì ho una seconda missione, questa volta per conto di me stessa. Vorrei visitare il cimitero monumentale e terminare così questa mia prima esplorazione della cultura islandese. Il cimitero è aperto 24 ore su 24, ha un recinto alto solo 1 metro e mezzo e ciò lo rende più simile a un giardino comunale che a un cimitero come lo intendiamo noi. C’era un padre con una carrozzina che era intento ad addormentare il figlio. C’era una signora che faceva giocare i due barboncini. C’era un ragazzo semi-stonato e al telefono che lo stava usando per abbreviare il percorso da casa a dove era diretto. Questa cosa mi ha un po’ spiazzata a dir la verità, ma è stato buffo. Tra l’altro il ragazzo con il telefonino ha interrotto la sua conversazione per venire da me e chiedermi informazioni sull’orsetto che avevo in testa. Mi ha poi chiesto se in Italia tutti giriamo in Ferrari e se ne è andato via facendo altri complimenti all’orsetto.

Ho passeggiato un po’ tra le tombe, letto tanti nomi e visto quasi nessuna foto. Poche statue, ma quelle che ho visto erano commoventi. Nelle lapidi ricorrevano alcune cose: due mani unite in una stretta e tondelli di ceramica con decorazioni di angeli. I nomi poi erano magnifici. Capivo se fossero maschi o femmine dal suffisso. In Islanda infatti i cognomi non sono dei veri cognomi. Come cognome le persone hanno il nome di battesimo del padre seguito dal suffisso “dottir” (che assume il senso di “figlia” di) o “son” (che assume il senso di “figlio” di). Se ad esempio uno si chiama Hans e il padre si chiama Sigur, il suo nome completo sarà Hans Sigurson. I nomi sono quindi fondamentali e questo ha fatto sì che in Islanda gli elenchi telefonici siano in ordine alfabetico per nome e che sui nomi ci sia un certo controllo. Cioè non è che puoi decidere di chiamare tuo figlio Dylan solo perché da piccola guardavi Beverly Hills 90210 ed eri persa per Luke Perry. Se decidi di chiamare tuo figlio con un nome che non fa parte dell’elenco dei nomi islandesi, devi sottoporlo ad una speciale commissione e la guida scrive che il tasso di accettazione dei nomi è severissimo.

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Lascio la città e mi dirigo in aeroporto. Sono quasi le 22 e c’è un tramonto che non lascia tregua. Mi viene il magone e mi scende una lacrima. Una. E’ stato un viaggio potentissimo, ma sento che continuerà a lavorarmi dentro. Senza fretta. Io sto per partire ma è come se non partissi da sola. Come quei posti incontaminati il cui candore contrasta con il tuo contesto reale. Come quei posti che ti portano davanti allo specchio e ti ripresentano in forma amplificata ciò che hai dentro. L’Islanda può restituirti il deserto o tutte le tue paure. Ti può ricoprire di arcobaleni o fissarti per gioco negli occhi, come una foca che fa i gargarismi. L’Islanda va trattata con cura, perché di posti così ne sono rimasti pochi. Non vai in vacanza in un posto del genere. Qui ci vieni se hai bisogno di un viaggio a contatto con tutti gli elementi della natura e quindi di te stesso.IMAG8672

Avevo la strada davanti tutta per me.
Avevo il pugno pieno di dubbi e l’ho spalancato al vento.
Alcuni mi sono rimasti appiccicati alla mano, ma altri sono volati.
“Non so come potremmo stare vicini in un momento come questo.
Vorrei stare un po’ per conto mio e ascoltare cosa ho da dirmi.
Qualsiasi cosa avrò da dirmi. Il mio bene per te rimane lì.
E so che, in qualche forma, rimarrà lì per sempre”.
Avevo perso l’orientamento e non sapevo cosa mi aspettasse.
Però vagavo e vagavo felice.
E’ stato proprio come sognare.

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