Bau bau baby (Galway – Connemara 2°giorno)

La prima volta che sei stata in Irlanda avevi 27 anni.

Anche allora avevi completamente sbagliato l’abbigliamento, ma mentre ieri riempivi lo zaino e per le mani ti passava quella felpa improbabile con le coccinelle comprata in fretta e furia proprio durante quel soggiorno e mai più indossata, non ti è venuta evidentemente in mente la ragione di quell’acquisto.

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Impiegavi ogni mattina 10 minuti in bici per arrivare nella sede dell’Università di Galway (NUIG) in cui seguivi un corso d’inglese di due settimane. Con la pioggia o con il sole. Oggi, guardando dal finestrino quelle strade senza ormai più riferimenti spaziali nella tua memoria, ti complimenti con te stessa.

Galway è ormai lontana.

Il display del pullman segna una temperatura esterna di 15℃ e tu sei vestita leggera come una crucca in vacanza a Riccione durante il periodo pasquale. Quando nessuno ancora si azzarda a mettere un piede in acqua e loro invece già girano in sandali e pantaloncini. 

Mentre le curve si diradano e le imprecazioni si sprecano, noti almeno 7 tonalità di verde, frutto di quella pioggia così generosa.

Benvenuta in Connemara!
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Arrivo a Letrerfrack e comprendo la ragione del fatto che non trovassi la stazione del bus su Google Maps. Non esiste infatti una stazione e la fermata si trova sulla strada (il lato di essa pare sia a discrezione dell’autista). Ora mi aspettano ancora 6 Km e poi finalmente sarò arrivata al mio b&b disperso in un nulla affacciato sul mare.

Non credo esistano bus per arrivarci e così entro in un bar per prendere tempo, approfittare della toilette e raccogliere informazioni. 

L’arredo è in legno e l’odore di corda, reti da pesca e salsedine, è intenso. Ordino un caffè. Sono le 11.15 e al bancone ci sono un paio di pescatori in borghese. Io non mi trovo al bancone, ma seduta davanti a un tavolino vicino all’entrata. O all’uscita. Dipende da quanta voglia di rimanere si possiede. 

Entra il postino, consegna dei pacchi, saluta e a sua volta viene salutato dal cameriere e dagli avventori con la familiarità tipica dei piccoli paesi.
Mi sento un po’ a Cabot Cove e mi preparo psicologicamente all’incontro della vita con Jessica Fletcher.
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Dopo pochi minuti torna invece il postino, questa volta con una busta in mano e scusandosi ironicamente con il cameriere, d’altra parte oggi c’è un mucchio di lavoro da sbrigare. Pure in Irlanda, come in quel film, il postino suona sempre due volte. Che ingenua a non essertelo aspettato. 
Sorridi dietro alla tua tazza di caffè nero bollente e deve essersene accorto pure lui, perché ti tira dentro al suo discorso, lamentandosi scherzosamente con il cameriere per il fatto che tu non credessi alla sua motivazione circa il carico di lavoro odierno.

Che emozione. Per un attimo sei stata tirata dentro a quella TV e sei diventata l’interlocutrice del protagonista in una scena importante del film. Macché. Come all’improvviso è arrivato, così se ne è andato. Non un saluto. Addio carriera cinematografica. 

Finisci il tuo caffè. Jessica non si è presentata al nostro appuntamento con la storia. Chiedi il conto e vai alla toilette. Prima di entrare ti informi con il cameriere sulla possibilità di chiamare in seguito un taxi. 

Quando esci dal bagno, il cameriere ti informa che al bancone c’è un taxista che ti sta aspettando. Io non avevo ancora chiesto nulla, ma apprezzo la sua proattività e ringrazio. 

Mi dirigo verso l’auto, quando il taxista mi spiazza tenendoci a precisare che sarebbe stato lui il driver. Mi metto a ridere. Ancora non mi sono abituata alla guida al contrario. Lo avevo infatti superato e mi stavo involontariamente sedendo al volante della monovolume. 

Facciamo due chiacchiere e realizzo che è il terzo taxi preso in due giorni, ma è inutile negarlo: io adoro fare domande ai taxisti sul proprio lavoro. Forse perché il fatto che si fidino nel dare le spalle a perfetti sconosciuti lo trovo molto coraggioso. O forse perché mi piace comparare le varie risposte.

E per fortuna che alla vigilia della mia partenza avevo dichiarato di non voler parlare con anima viva per tutto il viaggio. Cosa devo farci? È più forte di me. Ho un animale sociale che mi vive dentro. Non posso oppormi a lui. Amen.

Arrivi a destinazione, la tua stanza è in un b&b al cui campanello nessuno però risponde. Vai a chiedere informazioni alla porta accanto che corrisponde ad un discount, che contiene al suo interno un ufficio postale, che scoprirai in seguito essere diretto dallo stesso gestore del b&b. La signora allo sportello cerca di aiutarti e va a chiamare il proprietario, il quale arriva poco dopo scusandosi per non aver udito e per non avere ancora pronta la tua stanza. Nessun problema, ne approfitti per perlustrare la zona. 
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Arrivi al mare per una strada stretta e circondata da fiori selvatici. Voltato l’angolo noti un recinto con due pony che alzano la testa e girano verso di te lo sguardo.
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Speri di fargli una bella impressione. Speri di poterli accarezzare. Vieni però interrotta sul nascere della tua impresa dai proprietari del terreno. Una coppia sulla settantina e una gran voglia di parlare. Intavolate un discorso sui viaggi e sui pony del Connemara. Scopro che quei pony non sono suoi, ma di un contadino vicino che li tiene al pascolo nel suo terreno. Il discorso spazia e ti racconta che è un avvocato e che quella è una la sua casa al mare. Quest’anno è la prima volta che, a causa del freddo, non hanno fatto il bagno nemmeno uma volta. 

Ti invita ad andare a casa sua a vedere un albero vecchio 300 anni che troneggia nel giardino e così lo segui. Così rimani un po’ spiazzata quando ti conduce nel soggiorno di casa ad ammirare le travi in legno del soffitto ricavate da un albero trecentenario. Maledetto inglese arrugginito. Certo è che la forte inflessione irlandese nella pronuncia rende tutto poco comprensibile. La moglie dalla cucina ti offre del te, il picco cane alle tue calcagna ti lancia una minaccia tra i denti. 

Saluto e vado verso la porta. Mi invitano a tornare. Ho sempre in mente Hansel e Gretel in queste situazioni. Forse non tornerò più. È difficile andare contro le fiabe della propria infanzia. 
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Hai percorso solo 400 metri, quando dal cortile di una casa spunta fuori un cane nero e con il passo leggermente zoppicante. Sembra avanzare scodinzolando, ma non fai in tempo a pensarci che subito lui inizia ad abbaiare sollevando il pelo della schiena. Togli le mani dalle tasche per provare a tranquillizzarlo e dai un’occhiata alla recinzione di fianco a te per capire se sia possibile scavalcare in caso di emergenza. Ovviamente, quando servono i caratteristici recinti in pietra non ci sono mai. Il cane è furibondo ma tu non hai alcuna via d’uscita. 

Passa una manciata di secondi (che a te pare lunga una vita), quando noti spuntare il vero motivo che ha scatenato la furia: il cane a guardia della casa successiva. I due accennano una zuffa, ma è solo una prova di forza per la difesa del territorio. Il cane nero guardava me e nel contempo ringhiava all’altro cane, anch’esso furioso e sciolto. 

Era quindi un tentativo di difendere me? Una sorta di guardia del corpo? Che romanticheria, si sentono echi di Whitney Huston nell’aere e ti sembra di vedere in alto un foulard tagliato in due da una katana. 

Tu e il tuo cavaliere nero, il tuo Lancilloto cane, proseguite fino a ricongiungervi alla strada principale. Quella del b&b. Il fatto però è che lui ti ha già seminata. Non avrà mica semplicemente difeso se stesso, pochi minuti prima?

E come all’improvviso è arrivato, così all’improvviso se ne è andato.

Non un saluto. Non uno sguardo indietro. Non un Bau Bau Baby. Addio cane. 

Arrivi al b&b e finalmente prendi possesso della tua stanza.

A quel punto la sorpresa: scopri che i prossimi giorni dormirai nel bel mezzo di un paesaggio. 

So lovely.

A presto.

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