In realtà la Scozia è il mio inizio (e tu lo sai) – 2° parte

Come ci si riprende da una gloriosa attraversata in bici dell’Isola di Skye lunga 48 Km? E con quale coraggio si procede verso la seconda metà del viaggio, se il rischio di non riuscire ad eguagliare le emozioni della prima parte ti soffia ansiosa sul collo?

Francamente non me lo ricordo. Ricordo solamente che il giorno dopo mi sentivo una specie di eroina epica e l’idea di andare a celebrare la mia impresa al Dunvegan Castle, casa della stirpe McLoed, sì quelli immortali, mi pareva il giusto coronamento.

Al Dunvegan Castle hai trovato infatti pane per i tuoi denti affamati di leggende. Hai percorso ogni centimetro del castello cercando di scoprire qualcosa sfuggito fino a quel momento, anche se in realtà tutto quello che di significativo era rimasto, i proprietari avevano già provveduto ad incorniciarlo per i turisti.

In effetti, da sempre quando tu giri per castelli entri in modalità Sherlock Holmes: entri nel silenzio, ti immedesimi totalmente con il periodo storico e inizi a scrutare dalla parte opposta a quella messa in evidenza dalla guida, perché sospetti sempre che le guide dei castelli siano addestrate all’arte del diversivo; infine, eserciti delle pressioni sulle porte in cerca di passaggi segreti.
Una volta, ad Avignone, credo di aver azzeccato un passaggio e, con il mio sguardo indagatore (per citare un caro amico), ho messo in difficoltà una guida. Da quella volta sono solo peggiorata.

Nessun passaggio segreto al Dunvegan, ma la posta in gioco qui era un’altra: le fate. Passi minuziosa in rassegna la Fairy Flag, la bandiera delle fate, il vero cimelio esposto nel castello e risalente al IV o VII secolo, non si sa. Osservi uno a uno i simboli su di essa riportati, non capendoci nulla si intende, ma non per questo il tuo sguardo perde la sua solennità.

Terminata la visita al castello ti inoltri nel giardino botanico che conduce ad un piccolo molo. Guardi bene tra i fiori nel caso qualche fata sia nascosta tra i petali e poi rimani a fissare due marinai di legno, ovvero i due pomelli del cancelletto che portava al molo. Sembravano presi in un discorso e interrotti sul momento. Quasi inquietanti.
Hai pensato tanto quel pomeriggio davanti all’acqua. E ne hai scritte di cavolate sul tuo libretto.
Hai pensato talmente tanto che per un pelo non perdesti l’ultimo coach per Portree: la città con le case dalle facciate colorate e i parcheggi per cani fuori dai negozi.

E così lasci la tua isola di Skye e abbracci la terra ferma appesa ad un altro castello, quello degli Highlanders: l’Eilean Donan Castle. O meglio, quello utilizzato nel film. Molto bello. Peccato che hai fatto male il conto dei tempi e ti trovi con tre ore di buco e per giunta su una strada a lunga percorrenza. Decidi di intercettare un coach a caso, ma non si fermano. Ci sono due ragazzetti più o meno della tua età. Provano, con fare canzonatorio, ad usarti come esca per l’autostop e uno dei due deve ringraziare ancora oggi le dimensioni del tuo zaino, perché stavi per arrivargli un pugno al centro della fronte.

La seconda parte del viaggio termina a Ratagan. In un ostello circondato da montagne e affacciato sul lago Duich. Un posto magico fuori dalle rotte turistiche, dove ho bevuto un magnifico caffè (ero stanchissima) seduta su una panchina che dolcemente scendeva sul lago e mi mostrava il volto di ognuna delle cime delle Five Sisters of Kintail.

In quel momento ho indossato le ali delle fate.

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